Questo è un blog di tecnologia, fatto di byte, iphone e digital signage…ed io, da buon ingegnere molto pratico, non voglio essere da meno e, in attesa di pubblicare la mia prossima iscrizione alla facoltà di filosofia, propongo di scrivere, ognuno a modo suo e liberamente, una frase, una citazione, insomma due righe tratte da un libro, film, canzone che ci hanno particolarmente colpito e che..ci tornano in mente magari con due righe di spiegazione sul motivo…perchè direte voi? Ma perchè ritengo che un po’ di sana cultura e di buon leggere ogni tanto scaldino il cuore..e magari si scopre che molti di noi condividono le stesse passioni e gli stessi..bei ricordi…ovviamente comincio io…si tratta del “Canto della Notte” Tratto dall’ opera “Così Parlò Zatrathustra” (Also Sprech Zarathustra) di Friedrich Nietzsche.
Già sento urla e brividi..in effetti l’opera non è facile ma io chiedo di leggere il brano che segue non come parte di un’opera filosofica ma come un momento di poesia pura..leggetelo al tramonto, mentre il sole declina all’orizzonte e già si intravedono le ombre della sera…e capirete perchè la poesia che fluisce da questo brano come linfa da una foglia rimanga impressa nella mia mente…sipario per favore:
IL CANTO DELLA NOTTE
“È notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche la mia anima è una fontana zampillante.
È notte: solo ora si svegliano tutti i canti degli amanti. E anche la mia anima è il canto di un amante.
Qualcosa di insaziato, insaziabile è in me; che vuole farsi sentire. È in me un desiderio d’amore, che parla il linguaggio dell’amore.
Io sono luce: ah, fossi notte! Ma questa è la mia solitudine, che io sono cinto di luce.
Ah, fossi io oscuro e notturno! Come vorrei attaccarmi alle mammelle della luce!
E anche voi io vorrei benedire, piccole faville stellari e lucciole lassù! ed essere beato dei vostri doni di luce.
Ma io vivo nella mia propria luce, io bevo in me le mie proprie fiamme, che da me erompono.
Io non conosco la gioia di chi riceve, e spesso ho persino sognato che il rubare deve essere più beato che il ricevere.
Questa è la mia miseria, che la mia mano non si stanca mai di donare; questa è la mia invidia, che io vedo occhi in attesa e notti illuminate dalla brama.
O Infelicità di tutti i donatori! O oscuramento del mio sole! O voglia di desiderio! O avidità della sazietà!
Essi prendono da, me: ma tocco io veramente le loro anime? Un abisso c’è tra il dare e il prendere; e l’abisso più piccolo è il più arduo a varcare.
Fame sorge dalla mia bellezza: io desidererei recar dolore a coloro che illumino, desidererei derubare i miei beneficati: così affamato di malvagità sono io.
Ritirare la mano, quando verso di essa già si stende un’altra mano; simile ad una lenta cascata, che indugia anche nella caduta: così affamato di malvagità son io.
Tale vendetta merita la mia pienezza: tale malignità scaturisce dalla mia solitudine!
La mia gioia di donare si è estinta nel donare, la mia virtù si è stancata essa stessa della sua sovrabbondanza.
Chi dona sempre, corre il pericolo di perdere il pudore; chi distribuisce sempre, ha la mano e il cuore callosi per il troppo distribuire.
Il mio occhio non versa più lacrime per il pudore dei supplicanti; la mia mano è divenuta troppo dura per il tremito delle mani ricolme.
Dove è andata la lacrima del mio occhio e la lanugine del mio cuore? O solitudine di tutti coloro che donano! O riservatezza di tutti i luminosi!
Molti soli roteano negli spazi celesti: a tutto ciò che è oscuro, essi parlano con la loro luce; ma a me essi tacciono.
Oh, questa è l’ostilità della luce contro tutto ciò che risplende: spietata essa prosegue il suo cammino.
Ingiusto nel profondo del cuore contro tutto ciò che risplende, freddo verso i soli: così prosegue ogni sole.
Come una tempesta, i soli percorrono il loro cammino, questo è il loro andare. Essi seguono la loro volontà inesorabile, che è la loro freddezza.
Oh, voi solo, voi oscuri, voi notturni, producete il calore dai corpi luminosi! Oh, voi solamente bevete latte e conforto dalle mammelle della luce!
Ahimè, ghiaccio è intorno a me, la mia nano si scotta toccando il ghiaccio! Ahimè, sete è in me, che brama la vostra sete!
È notte: ahimè, perché devo essere luce? E sete verso il notturno? E solitudine?
È notte: ora il mio desiderio prorompe da me come un desiderio; di parole ho desiderio.
È notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche la mia anima è una fontana zampillante.
È notte: solo ora si svegliano tutti i canti degli amanti. E anche la mia anima è il canto di un amante”.
Così cantò Zarathustra.





mi piace quest’idea… la colgo e rilancio con una poesia appartenente ai Canti carnascialeschi, componimenti poetici molto in uso a Firenze durante il Rinascimento; il Lasca ne attribuisce l’invenzione a Lorenzo il Magnifico, di cui è celebre il Trionfo di Bacco e Arianna, incluso nei suoi Canti carnascialeschi scritti in gran parte nel 1490.
Il contenuto dei componimenti è molto spesso licenzioso (nel Trionfo, Lorenzo canta “viva Bacco e viva Amore”), oltre che satirico in senso sia politico sia sociale: si tratta di testi che accompagnavano rappresentazioni mitologiche e allegorie di arti e mestieri. I canti erano eseguiti soprattutto in occasione del carnevale, ma anche di altre ricorrenze. Il carattere giocoso e di festa è sottolineato dalle scenografie e dalle musiche di accompagnamento.
Di seguito, le prime tre strofe del Canto di Bacco :
“Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco ed Arïanna,
belli, e l’un de l’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia
di doman non c’è certezza.”
Beh, a questo punto passiamo al cinema..l’unica cosa che si può fare è chiudere gli occhi ed immaginare il replicante Roy Batty, solo con l’inevitabilità del suo destino e della morte delle sue speranze..Signore e Signori: “Blade Runner”:
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”
un magistrale Harrison Ford ed un sacro graal del cyberspazio: Rutger Hauer il quale modificò il monologo introducendo la parte sulle lacrime nella pioggia e contribuì inoltre a scrivere molte delle battute del suo personaggio.
mitologico! meglio der minotauro!