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Addio caro vecchio web libero

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Nella legge bavaglio che verrà approvata a breve in via definitiva, è contenuto un articolo che riguarda un po’ tutti.


E’ il comma 29 che recita: “Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.


Vuol dire che ogni informazione pubblicata su web che sia su siti, blog, forum, Facebook, YouTube, wiki, dovrà sottostare all’obbligo di rettifica previsto per le testate giornalistiche.
In parole povere, se a qualcuno non va bene qualcosa che avete scritto o pensa che una vostra opinione ecceda il diritto di critica, potrà contattarvi ingiungendovi di pubblicare la sua versione dei fatti. Nel momento in cui nella vostra casella di posta arriverà una simile comunicazione, partirà un conto alla rovescia: avrete 48 ore per pubblicare la rettifica. Scaduto questo termine, non avendo rispettato la legge, rischiate una multa fino a 12.000 euro.


Per la maggioranza di governo è indiscutibile che sul web non si può scrivere ciò che si vuole. Per molta parte degli utenti della rete invece, il comma non tiene conto della natura amatoriale di molti siti e blog. Juan Carlos De Martin, professore associato presso la Facoltà di Ingegneria dell’Informazione del Politecnico di Torino, parla di “Chilling effect”, definizione utilizzata negli Usa per definire leggi che sopprimono opinioni o condotte attraverso la minaccia di ritorsioni; è di certo vittima del Chilling effect un cittadino che si autocensura per timore di una penalizzazione (nel nostro caso di una multa salata).


Su Internet è in corso una campagna contro il comma 29. L’associazione Valigia Blu ha scritto una lettera aperta a Gianfranco Fini e Giulia Buongiorno: “L’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino: ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione”.


Possiamo prepararci al peggio o provare a cambiare le cose da comuni utilizzatori di internet, che preferiscono la spontaneità dell’informazione disorganizzata alla censura indiscriminata.


Info da: Il fatto Quotidiano


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Si accende il dibattito per Wordpress

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Il creatore di Wordpress, sostiene fermamente che chiunque realizzi componenti aggiuntivi per Wordpress debba rilasciarli con licenza GPL. Mentre Chris Paerson, sviluppatore di temi a pagamento, non è dello stesso avviso ovviamente!

I due, sono arrivati a scontrarsi verbalmente, minacciando addirittura di ricorrere a vie legali. Il motivo della contesa è molto semplice: da sempre Wordpress è stato rilasciato sotto licenza GPL, e secondo le idee del suo ideatore ogni prodotto realizzato per tale piattaforma, dai temi ai plugin, deve essere rilasciato con la stessa licenza.
Mullenweg ha puntato il dito contro chiunque non sviluppi codice per Wordpress rilasciandolo con licenza GPL, definendoli come un male per l’intera piattaforma. Lo sviluppatore di temi non vede come la licenza GPL di Wordpress debba obbligatoriamente riflettersi anche sui componenti aggiuntivi realizzati da terzi, soprattutto se questi non sono liberamente scaricabili ma richiedono di essere acquistati.

In effetti però una delle clausole contenute all’interno della licenza GPL obbliga chiunque sviluppi componenti da utilizzare poi su una piattaforma GPL ad utilizzare la medesima licenza. La discussione su Twitter tra i due è andata avanti a lungo, per poi trasferirsi su Mixergy, immediata anche la reazione delle comunità blog.
In caso di effettivo ricorso alle vie legali, la vittoria di Mullenweg rappresenterebbe una vittoria per tutto il movimento Open Source e per la stessa licenza GPL, che finalmente avrebbe anche un appoggio a livello legale.


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Un contatto su LinkedIn fa concorrenza

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I social network sono diventati parte integrante della nostra vita, con tutti i pro e i contro! Emblematico il caso di Brelyn Hammernik che rappresenta il primo in materia di legislazione per informazioni professionali rivelate attraverso il social network LinkedIn.

La donna è stata accusata dalla sua ex-azienda, di aver divulgato informazioni che violano il contratto da lei firmato all’atto dell’assunzione. Tramite LinkedIn, la donna avrebbe influenzato persone o trattative riguardanti l’ex azienda. Dopo aver lasciato la TEKsystems nel 2009, la signora Hammernik avrebbe comunicato con almeno 20 dipendenti attraverso la rete di LinkedIn. Secondo l’avvocato Renee Jackson, questo caso potrebbe «avere implicazioni di vasta portata per la legislazione in questo campo e in materia di occupazione».

Rimane, infatti, da stabilire se avere un contatto con altri professionisti tramite un social network possa rappresentare una violazione del divieto di concorrenza. Sempre secondo Jackson: «la semplice esistenza di una rete di contratti può essere equiparata ad una sollecitazione professionale?».

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Spot Ducati filmato con iPhone 4

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Continuano i video girati con iPhone 4. Non è certamente l’unico cellulare che permette di fare questo tipo di registrazioni, ma come sempre i prodotti Apple fanno moda e scalpore. Cominciano quindi a nascere i primi cortometraggi, ultimo dei quali è questo spot per la Ducati Multistrada 1200.

L’unico intervento in post produzione è stato stabilizzare il filmato, aggiungere qualche effetto di rallentamento ed ovviamente inserire le scritte.

La cosa più importante che emerge da questo video, a parte la spettacolarità dello stesso, è un sito: iPhone4Filming.com , che si propone come punto di riferimento per gli appassionati di film-making, con appunto l’ultimo gioiellino Apple.

Ma c’è un ma… guardando bene il filmato, dal secondo 6″ al secondo 8″, si vede il riflesso (a destra sul fanale del furgone) di una persona che pare stia riprendendo…ha in mano un “oggetto” che però somiglia più ad una telecamera… ai posteri l’ardua sentenza!


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